La cosa più importante che mio padre mi ha insegnato, a parte farmi capire che cosa vuol dire “amare”, è che la parola data la si rispetta sempre e comunque.
Anche a costo di rimetterci, come più volte è successo a lui prima di andarsene.
E sapete perché?
Perché si tratta di DIGNITÀ.
La stessa DIGNITÀ che mi ha dato la forza di contestare con un avvocato un comportamento ingiusto che ho subito.
La stessa DIGNITÀ che mi ha fatto andare a testa alta di fronte alla persona che lo ha fatto.
La stessa DIGNITÀ che mi ha detto di limitarmi nel pretendere quello che mi sembrava giusto in base alla mia etica, nonostante il fatto che se fossi andato più avanti, avrei ottenuto il triplo con probabilità quasi certe.
La stessa DIGNITÀ, che probabilmente (ipotesi personale) manca a questa persona, dato che non ha avuto le palle di venire ad incontrarmi e guardarmi in faccia in presenza degli avvocati.
Io grazie alla DIGNITÀ, posso raccontare la verità e camminare orgoglioso.
Grazie alla DIGNITÀ, posso “eliminare” (in senso figurato...specifico, visto il livello di certe menti eccelse...) con estrema gioia dalla mia vita coloro che hanno preferito trattarmi non correttamente piuttosto che rispettare la parola data, e coloro che hanno preferito dar retta a questi ultimi, senza più considerarmi.
Avevo ragione io.
Perché documenti firmati e depositati da avvocati lo dimostrano.
Perché io conosco la parola DIGNITÀ.
Ed ora usa questa per i bruciori di culo, ignobile merda.
venerdì 20 ottobre 2017
lunedì 2 ottobre 2017
Madri vittime di se stesse...
Ieri il mio migliore amico mi parlava di quanto fosse faticoso ed emotivamente difficile prendersi cura si una madre che a stento si ricorda che giorno della settimana è.
In realtà non mi ha esposto il suo dolore o fatica, ma se conosci una persona da tanto, e sai come si relaziona alle cose, capisci oltre quello che ti viene detto e mostrato...
Io di mio, ho una madre che a fatica si ricorda di comportarsi a tale.
O meglio, mi ritrovo di fronte a tutte le sue negative pessimistiche lamentele, che ripensandoci ci sono sempre state, ma venivano compensate sulla bilancia del matrimonio essendo contrapposte con il fare positivo e "leggero" di mio padre.
Ora mio padre non c'è più, tredici giorni fa è stato un anno senza di lui.
A distanza di tutto questo pochissimo ma apparentemente lunghissimo tempo, la cosa peggiore a cui si deve far fronte, non sembra essere la mancanza, quella ormai non la contesti nemmeno, perchè ti rendi conto da subito che questo sentimento sarà presente finchè avrai aria nei polmoni, ma sembra essere la continua ansia che mi prende quasi ogni volta che parlo con mia madre.
Una donna di 68 anni non può (e immagino non deve) scordare nemmeno per un minuto i 50 anni insieme all'unico amore della sua vita...
Ma che vita? Ad ora emerge una vita costellata di pessimistiche previsioni e nefaste visioni future, una incarnazione di Cassandra sotto il segno zodiacale del cancro, roba da far crollare inesorabile lo stesso tempio di Apollo sull'acropoli di Atene.
Prima con papà c'era equilibrio, c'era un bilanciamento, spesso una positività quasi distorta ed eccessiva, vista poi la sua mai curata frustrazione nel non poter motivare tale positività, ma c'era un motore emotivo che trainava a galla, seppur constatando che a conti fatti non ci siamo mai arrivati (economicamente parlando).
Lui era il nostro motore contrapposto alla smisurata forza dell'arresa.
In realtà non mi ha esposto il suo dolore o fatica, ma se conosci una persona da tanto, e sai come si relaziona alle cose, capisci oltre quello che ti viene detto e mostrato...
Io di mio, ho una madre che a fatica si ricorda di comportarsi a tale.
O meglio, mi ritrovo di fronte a tutte le sue negative pessimistiche lamentele, che ripensandoci ci sono sempre state, ma venivano compensate sulla bilancia del matrimonio essendo contrapposte con il fare positivo e "leggero" di mio padre.
Ora mio padre non c'è più, tredici giorni fa è stato un anno senza di lui.
A distanza di tutto questo pochissimo ma apparentemente lunghissimo tempo, la cosa peggiore a cui si deve far fronte, non sembra essere la mancanza, quella ormai non la contesti nemmeno, perchè ti rendi conto da subito che questo sentimento sarà presente finchè avrai aria nei polmoni, ma sembra essere la continua ansia che mi prende quasi ogni volta che parlo con mia madre.
Una donna di 68 anni non può (e immagino non deve) scordare nemmeno per un minuto i 50 anni insieme all'unico amore della sua vita...
Ma che vita? Ad ora emerge una vita costellata di pessimistiche previsioni e nefaste visioni future, una incarnazione di Cassandra sotto il segno zodiacale del cancro, roba da far crollare inesorabile lo stesso tempio di Apollo sull'acropoli di Atene.
Prima con papà c'era equilibrio, c'era un bilanciamento, spesso una positività quasi distorta ed eccessiva, vista poi la sua mai curata frustrazione nel non poter motivare tale positività, ma c'era un motore emotivo che trainava a galla, seppur constatando che a conti fatti non ci siamo mai arrivati (economicamente parlando).
Lui era il nostro motore contrapposto alla smisurata forza dell'arresa.
Ora che ci rifletto, arrivo a conclusioni che farebbero sfregare le mani ad uno psichiatra, perchè penso che la cosa che al momento mi manca di più del mio ineguagliabile papà, possa essere il fatto che mi faceva da scudo umano contro i pessimistici raggi gamma lanciati a random da mia madre;
Né io né mia sorella ci siamo mai fermati veramente a capire quanto fosse importante lui per lei.
Lei probabilmente sapeva alla sua morte, che tale perdita avrebbe reso tutto il suo ansioso pessimismo un fiume in piena, travolgendo non persone ininfluenti della sua vita, ovviamente, ma noi.
Non lo fa con cattiveria o con lucidità. Non l'ho mai pensato e mai lo penserò.
Ma mia sorella questo mood non lo tollera, lo denuncia, gli urla contro; creando un circolo vizioso che ricade su di me...
Io cerco di arginarlo.
Con le mani, con le parole, ignorando che dal momento in cui arriva è già troppo tardi.
Come fermi un'onda con il corpo?
Non si può e quindi la subisco...e come un tonto cerco di arginare qualcosa che ahimè non può, e sicuramente non vuole essere arginato.
Parlarne con l'interessata non serve: "non potete capire cosa si prova".
Né io né mia sorella ci siamo mai fermati veramente a capire quanto fosse importante lui per lei.
Lei probabilmente sapeva alla sua morte, che tale perdita avrebbe reso tutto il suo ansioso pessimismo un fiume in piena, travolgendo non persone ininfluenti della sua vita, ovviamente, ma noi.
Non lo fa con cattiveria o con lucidità. Non l'ho mai pensato e mai lo penserò.
Ma mia sorella questo mood non lo tollera, lo denuncia, gli urla contro; creando un circolo vizioso che ricade su di me...
Io cerco di arginarlo.
Con le mani, con le parole, ignorando che dal momento in cui arriva è già troppo tardi.
Come fermi un'onda con il corpo?
Non si può e quindi la subisco...e come un tonto cerco di arginare qualcosa che ahimè non può, e sicuramente non vuole essere arginato.
Parlarne con l'interessata non serve: "non potete capire cosa si prova".
Ed ha ragione.
Parlarne con altri è frustrante: "non possono capire cosa si prova". Non ci sono dentro, non sanno le dinamiche tue e quelle di coloro di cui parli, non ci hanno vissuto, parlano per il loro trascorso, non il tuo.
Parlarne con altri è frustrante: "non possono capire cosa si prova". Non ci sono dentro, non sanno le dinamiche tue e quelle di coloro di cui parli, non ci hanno vissuto, parlano per il loro trascorso, non il tuo.
Ed hanno ragione.
Quindi nulla. Tutto sta lì, tutto si ripete, sperando che le grigie giornate d'inverno non amplifichino eccessivamente il tutto...
Quindi nulla. Tutto sta lì, tutto si ripete, sperando che le grigie giornate d'inverno non amplifichino eccessivamente il tutto...
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